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Il contesto attuale ...

 

Dobbiamo prepararci al fatto che i tempi che verranno saranno inevitabilmente radicalmente differenti da quelli che abbiamo vissuto fino a questo momento, sebbene piuttosto simili a quanto accaduto molte altre volte nella storia. Ci troviamo innanzi alla fase finale della parabola discendente del ciclo a lungo termine del denaro, del debito e dei mercati dei capitali, che in genere dura dai cinquanta ai cento anni. Stiamo assistendo alle stesse forze in gioco che hanno caratterizzato la fine di ogni impero e del suo sistema monetario e che, nel caso specifico del denaro fiat, porteranno al collasso delle principali valute internazionali, innescando la più grave crisi finanziaria e sociale mai sperimentata dall'umanità, essendo l'attuale Sistema Monetario Internazionale un enorme schema Ponzi creato in modo fraudolento da parte di una ristretta classe dominante per prelevare ricchezza e sovranità dalle tasche delle classi dominate.

L'imperialismo americano, ovvero l'americanizzazione del mondo per mezzo della globalizzazione, è giunto al capolinea insieme all'egemonia del dollaro quale valuta a debito che gode del privilegio di riserva di valore e mezzo di scambio a livello internazionale. Eventi storici simili insegnano che le crisi dei sistemi monetari non producono effetti circoscritti al solo contesto economico e finanziario ma coinvolgono ogni aspetto della sfera umana, dalla società alla politica, poiché l'economia è la scienza dell'azione umana e tratta delle nostre relazioni, delle nostre vite. Le élite sovranazionali che detengono il potere della gestione monetaria non sono mai disposte a cedere il proprio privilegio senza aver prima fatto di tutto per conservarlo attraverso il mantenimento, a tutti i costi, di un sistema già morto e defunto e, successivamente, tentando di imporne uno nuovo. Questo processo avviene in seno ad un crollo del consenso popolare che impone un sempre più pressante accentramento dei poteri in senso gerarchico, verticale, trasformando gli ordinamenti democratici degli stati sovrani in forme di governo totalitarie.

Nel contesto attuale, tale dinamica sta assumendo una dimensione globale a partire dai principali paesi occidentali, Unione Europea e Stati Uniti d'America in primis, ove è in atto un vero e proprio tentativo di sovversione dell'ordine precostituito, conquistato con enormi sacrifici, anche in termini di vite umane, durante il secolo scorso. Per far fronte ai tempi bui che ci attendono è fondamentale maturare consapevolezza rispetto a quanto è già accaduto nel passato più o meno recente, a quanto sta accadendo nel presente e a quanto accadrà in futuro, e comprendere a fondo il funzionamento dell'economia, della finanza e del sistema monetario per poter mettere in campo azioni a difesa della propria ricchezza e libertà, lasciando in eredità ai nostri figli tutti gli strumenti necessari per impedire che ciò accada nuovamente in futuro.

“È un bene che il popolo non comprenda il funzionamento del sistema bancario e monetario,

perché se ciò accadesse credo scoppierebbe una rivoluzione prima di domani mattina.”

Henry Ford

​Il castello di carte è oramai pronto a collassare su sé stesso e questo evento non avverrà in modo indolore, pertanto dobbiamo essere pronti a gestire situazioni che non abbiamo mai sperimentato nella nostra vita, consapevoli che se da un lato le prospettive sono piuttosto fosche, dall'altro lato si è aperta un'incredibile finestra di opportunità per smascherare tutte le menzogne che ci sono state raccontate per decenni e decenni, tutti gli inganni che sono stati perpetrati alle nostre spalle e tutte le illusioni che ci sono state vendute, ultima delle quali che l'ideologia capitalista di matrice turbo-liberista, e la democrazia stessa, sono posti a garanzia delle nostre libertà individuali. Come stiamo iniziando a comprendere, non è così. Dietro ogni forma di governo si nascondono centri di potere e di interesse privati, di natura finanziaria in primis, che nulla hanno a che fare con il bene dell'umanità.

La natura dell'essere umano è la stessa dalla notte dei tempi. Imperatori, feudatari, principi, si sono susseguiti nel corso del tempo in tutte le civiltà. Il desiderio di dominio dell'individuo sui propri simili non è mai appagato ed è strettamente legato, ontologicamente parlando, alla sfera metafisica della nostra esistenza. Il male esiste ed è pure incarnato. Consumata la tragedia della Seconda Guerra Mondiale ci siamo tutti quanti illusi che la radice del maligno fosse stata estirpata definitivamente dalla faccia della terra, soprattutto dopo la caduta dell'ennesimo regime totalitario, quello comunista. Pensavamo di esserci liberati da ideologie che hanno insanguinato l'intero pianeta, invece ci sbagliavamo di grosso. La conquista di diritti e di libertà avvenuta negli ultimi settant'anni ha rappresentato una parentesi in seno ad un processo diabolico che avanza nell'oscurità anche quando la luce sembra prevalere.

L'ideologia neoliberista si è fatta lentamente strada quale metastasi di un'unica forma tumorale che in passato aveva mostrato semplicemente volti differenti e che non siamo stati in grado di riconoscere per tempo prima che sferrasse il suo più feroce attacco al genere umano. La guerra è oramai stata dichiarata perché non è rimasto molto tempo a disposizione del potere dominante per far fronte al collasso dell'ennesimo sistema eretto sull'ignoranza delle masse. Sono pronti per derubarci di ogni ricchezza e libertà, ma oramai il re è nudo ed è giunta l'ora di impugnare le armi della consapevolezza e della conoscenza per resistere, vincere la battaglia finale e costruire sulle macerie un sistema socio-economico sano.

... possibili scenari

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a cura di Gary North  (2010)

Quando il denaro muore

Al fondo della questione monetaria c'è un punto essenziale ed estremamente importante che possiamo esprimere nella seguente maniera: quando il denaro muore, anche la gente muore. In una moderna nazione urbanizzata l'iperinflazione finirebbe molto probabilmente col fare dei morti. Ritengo che in uno scenario tale potrebbero davvero morire tante persone. Nella società moderna dipendiamo strettamente dalla specializzazione del lavoro anche per nutrirci. Ogni bene e servizio che compriamo o vendiamo dipende da una divisione del lavoro funzionante. Ciò richiede a sua volta un sistema molto complesso di prezzi alla cui base si trova il denaro. Senza il denaro l'intero sistema non potrebbe proprio esistere. Spesso non ce ne rendiamo affatto conto, ma il libero mercato coordina miliardi di scambi di beni e servizi. In America le merci sono monitorate tramite un identificatore chiamato SKU. Secondo l'economista Eric Beinhocker, solo nell'area circostante New York City si contano circa dieci miliardi di prodotti diversi e questo senza includere i servizi, il cui settore negli Stati Uniti ha dimensioni doppie rispetto a quello delle merci.

 

Le persone riflettono ben poco su questo intricatissimo processo di cooperazione sociale guidato dal beneficio imprenditoriale. Tutti i giorni esso ci mette a disposizione i beni di cui abbiamo bisogno o che desideriamo comprare, proprio nel luogo in cui andiamo a fare la spesa e nel momento in cui entriamo per acquistarli. Nessun sistema centralizzato di pianificazione è in grado di coordinare questo immenso ammontare di richieste e di offerte su una scala di dimensioni pari a quelle della moderna economia. Questo in sostanza è proprio il nocciolo della critica di Ludwig von Mises al socialismo. Il suo breve articolo del 1920, Calcolo economico nel sistema socialista, a cui due anni dopo fece seguito il libro intitolato Socialismo, puntava a dimostrare, attraverso la teoria economica, l'impossibilità del socialismo. Il sistema socialista non è in grado di funzionare per il semplice motivo che, in assenza di liberi mercati e specialmente di liberi mercati dei capitali, nessuna agenzia di pianificazione centrale può essere in grado di eseguire il calcolo economico necessario a indirizzare le risorse e coordinare le azioni degli agenti economici. Senza calcolo economico è impossibile conoscere il costo dei beni economici in termini di costo-opportunità e in ultima analisi è impossibile far funzionare la società, condannata a sopravvivere in un regime militaresco destinato al depauperamento e alla fame. L'iperinflazione porterebbe al collasso la struttura esistente basata su una elevatissima specializzazione del lavoro. Si tratta di un corollario dell'argomento misesiano contro l'impossibilità del socialismo. Senza un sistema di determinazione dei prezzi affidabile e prevedibile, la maggior parte delle persone, nel valutare i costi di qualunque cosa, commetterebbe errori in maniera continuativa. Ciò vale per le nostre decisioni tanto in veste di produttori quanto di consumatori.

 

Grazie al denaro possiamo offrire una certa cifra per acquisire il possesso o l'uso di risorse scarse e, viceversa, possiamo richiedere una certa cifra per cedere il possesso o l'uso di risorse scarse. Come consumatori e fornitori di beni e servizi rispondiamo giorno per giorno agli stimoli generati dai prezzi. Quando i prezzi non trasmettono informazioni accurate e affidabili nel tempo, la pianificazione privata e personale diventa caotica: produttori e consumatori stimano domanda e offerta in modo errato ed i loro errori si sommano e stratificano nel tempo. Una serie di perdite prolungate può cominciare a erodere e consumare il capitale accumulato. Detto in altre parole: si giunge al punto in cui non si è nemmeno in grado di rimpiazzare quanto viene consumato. La società, inevitabilmente, si impoverisce. Probabilmente è quanto sta già succedendo nei paesi industrializzati da diversi anni. Il calcolo economico basato sul denaro è il mezzo a nostra disposizione per valutare il costo di perseguire i nostri fini. Minore è l'affidabilità dell'informazione trasmessa dai prezzi, minore l'efficienza con cui raggiungeremo i nostri obiettivi. Nel momento in cui, a causa di prezzi distorti, ci trovassimo ad affrontare situazioni che non avevamo previsto, i nostri fini si allontanerebbero nel tempo. A nessuno piace fare errori: gli errori costano. Ci costringono a consumare le nostre scorte o a ritrovarci di colpo senza alcun bene di riserva. Gli errori ostacolano i nostri piani.

 

Falsi segnali

L'inflazione monetaria, intesa come aumento del denaro fiduciario nel sistema economico, distorce le informazioni riguardanti la domanda e l'offerta di capitali. Nel breve termine lo fa causando una riduzione dei tassi d'interesse: essendoci più denaro da prestare rispetto a prima, i creditori saranno costretti ad abbassare il tasso d'interesse richiesto al debitore. Nel medio-lungo termine, invece, essa si ripercuote sul potere d'acquisto del denaro stesso. L'inflazione monetaria, infatti, conduce presto o tardi a un aumento dei prezzi oppure, quando va bene, ne impedisce la diminuzione. Ciò impone delle perdite su coloro che si attendevano prezzi stabili o in discesa. Segnali di prezzo fuorvianti sono una forma d'inganno. I governi approvano gli effetti a breve termine di questo inganno: la disoccupazione diminuisce, si assume personale per realizzare nuovi prodotti, aumenta la domanda di beni capitali. Gli elettori apprezzano i risultati e premiano i politici in carica rieleggendoli. Ma nella vita non ci sono pasti gratis. E nemmeno informazioni rilevanti gratuite. I costi per ottenere le informazioni rilevanti e accurate che ci servono aumentano a causa di una maggiore offerta di informazioni fuorvianti. Quando la banca centrale acquista titoli utilizzando denaro appena creato dal nulla, essa aumenta la base monetaria. Concedendo nuovi prestiti sulla base del nuovo denaro creato e iniettato nel sistema bancario dalla banca centrale, le banche commerciali contribuiscono a espandere la quantità di denaro. La cattiva informazione iniziale si moltiplica, si diffonde nell'economia. La produzione di cattive informazioni è il cuore del processo di espansione del credito alimentato dal sistema bancario a riserva frazionaria.

 

Sostenere l'espansione

Presto o tardi le reali condizioni in cui si trova il mercato dei beni capitali vengono rivelate dalle offerte competitive dei consumatori, cioè dalla loro domanda di beni di consumo. Poiché in precedenza i risparmi dei consumatori non erano aumentati, come invece l'abbondante offerta di credito aveva fatto credere, adesso la loro capacità di spesa non è sufficiente a sostenere la redditività di tutti quei progetti d'investimento avviati sulla base di un segnale distorto. Quegli investimenti sono stati un errore, chi li ha intrapresi si rende conto che non sono profittevoli e vanno abbandonati. Pensate ai centri commerciali semivuoti. Pensate alle aree appena edificate ma rimaste sfitte. I consumatori preferiscono acquistare altre cose. La loro disponibilità economica è spremuta dai prezzi in crescita, non ci sono fondi reali per sostenere la nuova struttura produttiva. Quelle aziende che hanno compiuto errori irreparabili, e che adesso non riescono ad ottenere il consenso dei consumatori, finiscono inevitabilmente in bancarotta. La disoccupazione cresce. L'offerta di prodotti e servizi è maggiore della domanda che esisteva ai prezzi di ieri. I produttori pertanto sono costretti a tagliare i prezzi per liquidare ciò che altrimenti rimarrebbe invenduto. Capiscono che i propri piani si sono rivelati sbagliati. Le perdite aumentano. Questo adesso diventa un problema per i politici in carica, magari quegli stessi che qualche anno prima avevano ricevuto pubblicamente i meriti per avere avviato la fase di espansione economica. I gruppi di pressione cominciano a farsi sentire chiedendo a gran voce sostegno e sussidi statali. Le banche, prestatrici di prima istanza, invocano aiuti sia da parte del Ministero del Tesoro sia dalla banca centrale. Quest'ultima è costretta ad operare anche come prestatrice di ultima istanza: compra i debiti del Tesoro ed estende i prestiti alle banche in difficoltà. Il Tesoro a sua volta dà una mano alle banche in difficoltà e talvolta deve intervenire direttamente rilevandone il capitale azionario, nazionalizzando cioè le istituzioni bancarie.

 

Tutti questi interventi spostano il baricentro dell'economia verso quel sistema centralmente pianificato che secondo Mises impedisce il calcolo economico necessario a stimare correttamente le vere condizioni della domanda e dell'offerta. Gli errori pertanto aumentano. Questo provoca nuove lamentele da parte dei gruppi di pressione affinché il governo conceda ulteriori sovvenzioni, altri sussidi. Se le banche centrali rispondono alla crisi acquistando più debito pubblico tramite iniezioni di denaro fresco, e se le banche commerciali riescono a prestare il denaro a corso legale appena creato, la quantità di denaro aumenterà, i prezzi aumenteranno e una nuova ondata di informazioni fuorvianti si diffonderà nell'economia. Se lo stimolo riesce a mettere in moto una nuova fase espansionistica, questa continuerà a trascinare produttori e consumatori in errori ancora più grandi che andranno a stratificarsi sui precedenti. Quando la banca centrale mira a sostenere l'espansione abbassando i tassi d'interesse tramite un aumento degli acquisti di strumenti finanziari, essa spinge l'economia verso uno scenario pericoloso caratterizzato da incrementi a due cifre della massa monetaria, seguiti eventualmente da aumenti a due cifre dei prezzi. Nel caso in cui le banche commerciali non riuscissero, o si rifiutassero di prestare il nuovo denaro creato dalla banca centrale, preferendo invece tenerlo come riserva in eccesso presso la banca centrale stessa, l'effetto moltiplicatore della riserva frazionaria non si metterebbe in moto. Questo sembra proprio essere lo scenario attuale. In una simile situazione, l'altro destinatario dei soldi appena creati dal nulla, cioè il governo, incrementa il proprio peso nell'economia a discapito del settore privato: cresce cioè la percentuale di economia dipendente dalla pianificazione statale e dalla spesa pubblica. Il sistema si sposta nella direzione sbagliata, avvicinandosi ulteriormente al processo decisionale sempre più caotico e irrazionale che caratterizza la cosiddetta economia pianificata e che venne ben descritto da Mises nel 1920.

 

Le diverse fasi che portano alla disintegrazione

La prima fase è l'espansione iniziale dovuta all'incremento della massa monetaria per opera della banca centrale. A ciò fa seguito la recessione nella quale produttori e detentori di denaro contante sono costretti gli uni a liquidare i propri beni e i propri investimenti non redditizi, gli altri a ritrovarsi in mano denaro svalutato. La seconda fase è l'iniezione di ulteriore denaro a corso legale da parte della banca centrale. Il provvedimento è teso a contrastare la recessione. Tuttavia la recessione altro non è che la fase di aggiustamento necessaria per ripulire il sistema dagli errori commessi in precedenza. Essa giunge infatti come conseguenza di quelle decisioni individuali tese a ripulire e mettere in ordine i propri bilanci, ed è tanto più profonda quanto più gravi sono gli errori accumulati. La seconda fase di espansione, stimolata dall'aggiuntiva iniezione di denaro, di solito fallisce in tempi brevi a meno che gli agenti economici non caschino ancora una volta in errore. Se questo avviene, se cioè consumatori e imprenditori vengono nuovamente indotti in errore, la fase di aggiustamento non ha modo di completarsi. A causa delle nuove informazioni distorte, generate dal nuovo ciclo di credito a basso costo, gli individui rivalutano erroneamente i propri bilanci e si gettano in nuovi progetti caratterizzati da calcoli economici ancora una volta sbagliati. La diffusione di cattive informazioni aumenta, la quantità di denaro a corso legale anche.

 

Quando il nuovo inganno esaurisce i propri effetti positivi, ricompare una nuova recessione. Tuttavia a questo punto la struttura del capitale è peggiorata ulteriormente. L'errata allocazione del capitale si è stratificata su errori precedenti. La banca centrale è costretta a intervenire ancora e ancora. I prezzi aumentano; l'indice ufficiale dei prezzi aumenta. Per i politici in carica la situazione non è piacevole: insistono affinché la banca centrale intervenga di nuovo. Se lo facesse, rischierebbe di causare aumenti a due cifre nei prezzi dei beni di consumo, come accadde verso la fine degli anni settanta e nei primi anni ottanta. Presto o tardi i banchieri centrali dovranno decidere se continuare a incrementare la base monetaria o se fermarsi. Se decidessero di proseguire, l'economia si muoverebbe verso un'inflazione veramente massiccia con un aumento dei prezzi al consumo tra il venti e il cinquanta percento. Questa tuttavia non è ancora iperinflazione. L'iperinflazione rappresenta la terza fase, con prezzi in aumento del cinquanta percento e oltre all'anno. Questa fase è caratterizzata da una fuga di denaro verso beni reali, valute straniere più sicure, metalli preziosi. Poiché la disponibilità di metalli preziosi è piuttosto limitata, l'incremento del prezzo dell'oro anticiperebbe di gran lunga quello dell'indice dei prezzi al consumo o delle merci in generale; le banche centrali potrebbero rallentare o ritardare questo fenomeno se di comune accordo cominciassero a vendere oro sul mercato cedendolo in modo definitivo.

 

La fase "due e mezzo" : il controllo dei prezzi

Nel periodo tra l'inflazione di massa e l'iperinflazione il governo potrebbe cercare di imporre un tetto massimo ai prezzi. In questo scenario, la banca centrale continuerebbe ad acquistare debito pubblico, il governo continuerebbe a spendere i soldi ottenuti e la maggior parte della gente continuerebbe a depositare il denaro nelle proprie banche. Se i banchieri commerciali riuscissero a prestarlo la massa monetaria aumenterebbe ulteriormente per l'effetto moltiplicatore offerto dalla riserva frazionaria. Le leggi che impongono i massimali di prezzo causano una progressiva scarsità di merci e servizi, i cui prezzo sul mercato libero (bollato in questa fase come mercato nero) continuerebbero ad aumentare per il semplice motivo che ad un prezzo tenuto artificialmente basso corrisponde una domanda maggiore dell'offerta. La disponibilità del bene diminuisce; in altre parole esso sparisce dagli scaffali.

 

Gli Stati Uniti sperimentarono tutto ciò nel periodo dal 1942 al 1946; il governo creò le tessere di razionamento: biglietti privi di valore monetario, che dovevano permettere l'acquisto di una determinata quantità di merci. Il risultato fu che, nel mercato legale, la quantità e la qualità delle merci si abbassò drasticamente. Questo sistema fu descritto molto bene da uno slogan dei lavoratori russi nell'era sovietica: i capi fingono di pagarci e noi fingiamo di lavorare. I risultati sono: minor ricchezza per tutti coloro che si attengano alle disposizioni di legge, rischi e guadagni maggiori per chi invece tenti di sopperire ai bisogni della gente attraverso quello che per legge è diventato il mercato nero. I veri colpevoli di tutto, i politici, scaricano le colpe accusando gli operatori del mercato nero per le carenze di merci.

 

Ci sono due vie per poter uscire da questa fase:

  1. la stabilizzazione della moneta, la caduta dei prezzi e l'abolizione dei controlli;

  2. l'abolizione dei controlli e un aumento della massa monetaria.

 

Consideriamo la prima opzione: se i controlli hanno prodotto scarsità su scala massiccia, come accadde negli Stati Uniti dal 1942 al 1946, la loro rimozione accompagnata da una moneta sana dotata di potere d'acquisto stabile, o addirittura crescente, non causerà alcuna depressione economica. Gli Stati Uniti, usciti dalla guerra, seguirono questo corso. L'esempio migliore di questo primo scenario resta tuttavia quello offerto dalla Germania occidentale dopo la riforma valutaria del giugno 1948. Il Ministro dell'Economia Ludwig Erhard abolì unilateralmente i controlli su prezzi e salari. La decisione fu presa una domenica mattina: il giorno dopo le merci cominciarono a riapparire sugli scaffali. Fu l'inizio di ciò che passò alla storia come il miracolo economico tedesco. Fu un miracolo nello stesso senso in cui lo è una moderna economia basata sul libero mercato: un complessissimo sistema di coordinamento che nessuna commissione di governo o gruppo di comitati burocratici è in grado di comprendere, figuriamoci di gestire o controllare. Consideriamo ora la seconda alternativa.

 

La terza fase: iperinflazione

Si ha iperinflazione quando il denaro muore. La valuta ufficiale non ha più alcun potere d'acquisto. La produzione crolla. La gente si riduce a vendere cimeli di famiglia ed articoli di lusso in cambio di mezzi di scambio alternativi alla valuta di Stato, oramai ridotta a veri pezzi di carta privi di valore. Generalmente si ricorre alle monete d'oro, a quelle d'argento e persino a quei beni largamente riconosciuti e accettati quali possono essere le sigarette. L'esempio classico di iperinflazione moderna è la Repubblica tedesca di Weimar tra il 1921 e il 1923. Un libro che tratta di questo disastro sociale è Quando il denaro muore di Adam Ferguson, pubblicato nel 1975. E' sottotitolato L'incubo del collasso di Weimar. Un testo antecedente, più accademico e maggiormente rispettato, è quello di Costantino Bresciani-Turrioni, Teoria dell'inflazione: studio sul deprezzamento monetario nella Germania del dopoguerra. Uscì nel 1931. Un pregevole romanzo ambientato in quel periodo è L'obelisco Nero di Erich Remarque, autore più noto per il libro Niente di nuovo sul fronte occidentale.

 

Ogniqualvolta un analista economico contemporaneo parli di possibile iperinflazione negli Stati Uniti e di quanto possano andare male le cose in un contesto del genere, egli ripropone l'esempio dell'inflazione tedesca. Il problema di un simile approccio consiste nell'ignorare gli ultimi nove decenni di urbanizzazione. Non viviamo più nella Germania degli anni venti. Non viviamo più in una società a bassa specializzazione del lavoro propria del modello occidentale del primo dopoguerra. Nel 1921 la Germania era una nazione sconfitta militarmente: aveva subito controlli sui prezzi e razionamento dei beni per diversi anni, la guerra aveva distrutto i capitali urbani, il settanta percento circa della popolazione era ancora prevalentemente rurale o abitava in piccole città. C'erano circa sessanta milioni di abitanti. Il maggior centro era Berlino, che contava più o meno due milioni di abitanti; nessun'altra città superava il milione e la maggior parte dei dodici centri più popolati si aggirava sui seicentomila abitanti. Il livello di specializzazione nella Germania del 1921 era minimo se comparato a quello attuale. I generi alimentari venivano prodotti e venduti a livello locale. Non esisteva l'approvvigionamento di cui godiamo oggi, decisamente più efficiente e a minor costo; il sistema di distribuzione che lo supporta necessita di un trasporto per lunghe percorrenze tra le zone agricole che producono e le città che consumano. Il denaro era principalmente in forma contante, non era una scrittura contabile bancaria soggetta ad una bassissima riserva frazionaria. Gran parte della gente non aveva conti aperti in banca. Le persone potevano persino ricorrere al baratto.

 

Oggigiorno l'iperinflazione minaccerebbe le linee di rifornimento principali che portano nelle grandi città cibo, carburanti, energia elettrica. Minaccerebbe la produzione dei raccolti, attività oggi intensiva e fortemente meccanizzata. Porterebbe la spesa alimentare ad essere nuovamente la voce di maggior peso nei bilanci famigliari. Invece di spendere circa il dieci percento del nostro stipendio nei generi alimentari, come facciamo oggi, torneremmo a spenderne probabilmente la metà o addirittura di più. La disoccupazione si diffonderebbe presto tra tutti coloro che non producono servizi di vitale importanza. Per i disastri che provocherebbe, il collasso della moderna società urbana è attualmente quasi impensabile. Gli economisti della banca centrale lo sanno: sono cattedratici, gente di città. Non penso che i banchieri centrali si muoveranno verso uno scenario iperinflattivo, sarebbe anche contrario ai loro interessi personali. Ad un certo punto diranno ai rispettivi Dipartimenti del Tesoro: abbiamo fatto tutto quello che potevano fare, adesso vi arrangiate. Dopo di che arriverà la grande bancarotta.​

La Grande Bancarotta

I governi di ogni principale nazione sono destinati alla bancarotta, a scontrarsi cioè con la realtà dello stato di insolvenza delle proprie obbligazioni. Ci sono però due questioni rilevanti da capire: il come e il quando. L’establishment al potere nega ancora fermamente questa possibilità: ha guadagnato potere e ricchezza grazie all’espansione dello Stato, ha giustificato il proprio successo insistendo che l’alleanza Stato-banca centrale sia l’unica strada per assicurare crescita e sicurezza economica alle masse. Questa affermazione poggia su un’altra convinzione ancor più radicale, cioè che un mercato libero incontrollato comprometta la stabilità economica portando inevitabilmente alla depressione economica.

L’establishment è universalmente di scuola keynesiana. Il testo di John Maynard Keynes, La teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, fu pubblicato nel 1936. Sosteneva con la teoria ciò che tutti i governi occidentali stavano mettendo in pratica da almeno cinque anni: creare enormi deficit pubblici. Keynes è diventato quasi un sacerdote accademico, più di ogni altro studioso moderno. Era l’apostolo del debito pubblico. Le sue idee sono più influenti oggi di quanto non lo fossero alla sua morte, nel 1946. Noi viviamo ancora nell’era di Keynes. Riesco a pensare soltanto a un personaggio di rilievo appartenente all’establishment che, sulla questione della bancarotta, sia stato capace di tagliare i ponti con i propri simili. Si tratta di Peter G. Peterson, presidente del Council on Foreign Relations fino al 2007. Ora dirige la fondazione Peter G. Peterson i cui studi si concentrano sull’incombente bancarotta del governo americano.

Peterson, più di ogni altro influente personaggio pubblico, ha avuto il coraggio di mettere in guardia i politici sul possibile fallimento dei programmi di Sanità e Previdenza Sociale non solo in America ma in tutti i paesi occidentali. Una decina d’anni fa, Peterson disse di aver discusso con i maggiori leader occidentali dell’impossibilità di finanziare questi programmi sociali. Gli risposero tutti la stessa cosa: “Tanto quel giorno non sarò più in circolazione”. O in altre parole: “Ci penseremo quando accadrà veramente”.

 

Votate ora, pagate dopo

I politici mentono, gli elettori credono. Questa è la grande relazione simbiotica della politica democratica. Per gli americani più anziani c’è un’immagine che più di ogni altra illustra questa relazione perpetua. Si tratta di una striscia della serie Peanuts (il fumetto più letto negli Stati Uniti e dunque anche il più diffuso in assoluto) apparsa in maniera ricorrente per almeno tre decadi. La vignetta ritrae due bambini: la sempre mendace Lucy e l’eterno fiducioso Charlie Brown. Lucy, con le mani, tieni dritto a terra un pallone da football americano e incoraggio il fiducioso Charlie Brown a prendere la rincorsa per calciarlo. Lui le crede, come sempre. All’ultimo istante Lucy tira via il pallone e Charlie, dopo aver tirato un calcio nel vuoto, vola per aria atterrando sulla schiena. La striscia era sempre la stessa, cambiavano le rassicurazioni di Lucy sul perché non avrebbe tirato via il pallone e il suo commento finale indirizzato a Charlie, oramai disteso a terra supino. Lei lo riteneva stupidamente infantile. Lo era. E lei se ne approfittava sempre. La filosofia di Lucy era chiara: mai dar tregua a un fesso.

Questa scena si ripete ogni novembre negli Stati Uniti, quando gli elettori vanno alle urne. “Stavolta sarà diverso” proclamano i candidati al parlamento. Poi, per i successivi due anni, tirano via il pallone. Negli Stati Uniti la sola cosa in grado di tenere testa a un tale esercizio di menzogne è la relazione, tenuta di fronte a ciascuna Camera del parlamento, dal presidente della Federal Reserve. Nemmeno il discorso del Presidente sullo stato dell’Unione può competere con una esibizione talmente mendace come è quella offerta dal banchiere centrale americano. Gli elettori non imparano  mai. Il parlamento non impara mai. Le promesse sono l’anima della politica. Non il denaro, non il potere: le promesse. La politica appare talvolta come una forma di prostituzione incentrata intorno al denaro. Si tratta sempre di un’illusione. Gli elettori non chiedono denaro al parlamento: domandano fedeltà. Il parlamento è per gli elettori quel che il donnaiolo è per l’amante. Lui può ricoprirla di regali ma per lei i regali hanno importanza solo per via della promessa: “Lascerò mia moglie. Ormai è questione di dettagli”.

 

Per poterle comprare i regali il donnaiolo si indebita. Quando però i tassi d’interesse cominciano ad aumentare, lei scopre cosa si nascondeva davvero dietro le promesse. Questo è il cuore della moderna democrazia. I politici promettono eterna fedeltà. Gli elettori ci credono. Il grande vantaggio delle promesse politiche sta nel fatto che quando arriverà il conto da pagare i politici che avevano fatto le promesse non saranno più in carica. I benefici sono immediati mentre i costi arrivano con ritardo e li paga sempre qualcun altro. La quantità di promesse aumenta senza sosta. Le promesse si accompagnano con le solite rassicurazioni: il debito pubblico continuerà a ricevere la massima fiducia delle agenzie di rating. Il debito pubblico è sostenuto dalla totale fiducia degli investitori. E poi ancora: non c’è alcuna alternativa al dollaro come valuta di riserva internazionale. Il debito pubblico lo dobbiamo a noi stessi. Il debito non è importante. L’inflazione è sotto controllo. Con l’eccezione della Scuola Austriaca di economia, ogni principale corrente di pensiero economico crede ad almeno quattro di queste affermazioni. I keynesiani credono a tutte e sei.

Dunque, la quantità di promesse aumenta e con essa la dimensione delle stesse. Il processo va avanti fintantoché gli investitori comprano i titoli del debito pubblico. L’arrivo della resa dei conti è facile da descrivere. Si assiste a un aumento dei tassi d’interesse sul debito pubblico oppure a un aumento dei prezzi come conseguenza dell’espansione della base monetaria, finalizzata a tenere bassi i tassi d’interesse. Dal 2008 a oggi l’espansione della base monetaria, conseguita per vie non convenzionali, si è tradotta in un aumento considerevole delle voci di bilancio della Fed, quasi triplicate nel giro di due anni. Quindi giunge il lamento dell’amante che invecchia: “Me lo avevi promesso”. Invero lo fece, ma ora è arrivata un’amante più giovane che vuole quei regali un tempo promessi alla prima. Quando i creditori iniziano ad accalcarsi, un donnaiolo deve scegliere tra le proprie amanti: le più attempate perdono. Ma che ne è della moglie fedele? Quando finalmente aprirà gli occhi e divorzierà da quel bugiardo figlio di buona donna? E’ per lei che sto scrivendo questo resoconto.

Perché ci sarà bancarotta

Sarete sicuramente al corrente delle passività extra bilancio, prive di qualsiasi copertura reale, dei programmi di Medicare e Previdenza Sociale, così come delle enormi dimensioni raggiunte dal debito pubblico. L’entità dei deficit annuali ufficialmente stimati per gli Stati Uniti è di almeno novecento miliardi di dollari all’anno da qui al 2019, cioè un deficit pari al 6% del Pil. I cittadini sono miopi: non pensano al di là del prossimo stipendio. Gli investitori anche: non pensano oltre il prossimo rapporto trimestrale rilasciato dalle aziende quotate in borsa. Il parlamento non è da meno: non pensa al di là delle prossime elezioni. Sto forse dicendo che il parlamento abbia un orizzonte temporale di più lungo termine rispetto agli investitori? Si, sto dicendo proprio questo. Gli investitori credono infatti in due cose: la prima è che il prezzo attuale degli asset finanziari rifletta tutta l’informazione disponibile e incorpori il miglior giudizio maturato dagli investitori più scaltri; la seconda è che qualora dovesse arrivare il momento di vendere, loro saranno più furbi e veloci di tutti gli altri.

L’americano medio affronta la propria resa dei conti il primo d’ogni mese. Il parlamento affronta la propria resa dei conti ogni novembre degli anni pari. Presi singolarmente, gli investitori non credono affatto che un giorno dovranno affrontare la resa dei conti. Pensano di essere più furbi dei furbi oppure credono che Ben Bernanke, insieme a tutti gli altri economisti della Fed, sia furbissimo. Si fidano di lui, pensano che attiverà le misure più opportune per evitare una prossima crisi. Anche il parlamento è convinto che gli economisti della Fed troveranno il modo di evitare la resa dei conti. Politici e investitori sono uniti: credono nell’abilità delle banche centrali di poter sempre evadere i costi delle promesse politiche. Tale connubio va avanti da oltre trecento anni, a essere precisi dal 1694, anno in cui il parlamento assegnò alla Banca d’Inghilterra il privilegio monopolistico sull’emissione di denaro. Il parlamento voleva un prestatore di ultima istanza e il presidente della Banca d’Inghilterra fece la promessa di assolvere a quel compito. Le persone politiche di ogni nazione poggiano sulla fiducia nell’attività della banca centrale. Politici ed investitori sono uniti in un atto di fede. Questo atto di fede, a sua volta, poggia sull’assunto che il denaro a corso legale possa garantirci un numero infinito di pasti gratis. Anche tutte le scuole di pensiero economico lo affermano, ad eccezione di quella austriaca. C’è un problema fondamentale nell’accettare questo assunto: non corrisponde al vero, al mondo non esistono pasti gratis. Il denaro a corso legale è denaro contraffatto. Non crea ricchezza: distrugge ricchezza. Il parlamento da sempre promette denaro e ricchezza ai propri cittadini. Tuttavia esso non è in grado di mantenere tutte le promesse: una delle due è destinata ad essere insoddisfatta. Torniamo quindi alle mie questioni originarie: come avverrà la bancarotta e quando succederà. Diciamo innanzitutto che il fallimento dello Stato può concretizzarsi secondo differenti modalità. Vediamo quali sono le principali.

La bancarotta totale

Secondo questo scenario, la banca centrale ad un certo punto si rifiuterà di continuare a comprare titoli del debito pubblico. Non accade dal 1694. Benché la banca centrale faccia di tutto per tenere i tassi di interesse prossimi allo zero, ad un certo punto lo Stato farà fatica a trovare nuovi investitori disposti a comprare i titoli del debito pubblico. I tassi pertanto ricominceranno a salire. L’economia sprofonderà in una depressione. I redditi caleranno. Le spese aumenteranno. Il governo non sarà più in grado di pagare i propri debiti e cercherà quindi di aumentare le tasse. La depressione peggiorerà. I redditi diminuiranno ancora. Gli investitori capiranno che lo Stato è sul punto di fallire. Nessuna agenzia di valutazione del credito avrà il coraggio di declassare il debito pubblico, tuttavia i tassi aumenteranno come se fosse stato fatto. Il governo si troverà ad affrontare il giorno della resa sei conti dichiarando bancarotta su tutti i propri debiti. Ogni persona fisica o giuridica che abbia in portafoglio i titoli del debito pubblico subirà una forte perdita. La depressione peggiorerà. Le compagnie assicurative saranno colpite duramente. Le maggiori banche, che nel tardo 2008 cedettero alla Fed i propri debiti tossici al valore nominale, scopriranno di avere in portafoglio il debito più tossico di tutti: quello dello Stato. Le banche centrali straniere si rifiuteranno di acquistare altro debito pubblico americano. I loro bilanci saranno colpiti in misura proporzionale al debito pubblico detenuto in portafoglio: si troveranno di fronte alla scelta se inflazionare o meno la loro massa monetaria di modo da compensare le perdite subite.

Quando crollerà la piramide rovesciata del debito, la grande bancarotta darà origine alla grande depressione. La disoccupazione aumenterà. I correntisti si recheranno ai bancomat per prelevare tutto il contante che riescono a tirare fuori. Le banche fallite impediranno il prelievo come potranno. La struttura della divisione e specializzazione del lavoro si contrarrà. Ci ritroveremo tutti molto più poveri. Poiché una bancarotta sul debito pubblico avrebbe conseguenze così vaste e immediate, gli economisti sostengono che questo scenario verrà impedito a tutti i costi. Per impedirlo è necessario che la banca centrale acquisti i titoli del debito pubblico. Tuttavia, pur seguendo questa strada, che peraltro stiamo già percorrendo, a un certo punto la banca centrale sarebbe costretta a fermarsi per evitare di cadere dall’altra parte del baratro: lo scenario iperinflattivo. L’iperinflazione, in ultima analisi, provoca quella stessa principale conseguenza causata dalla bancarotta: cioè una severa contrazione della divisione e specializzazione del lavoro.

Conosco un solo economista che propenda per lo scenario della bancarotta totale: Jeffrey Rogers Hummel. Il 3 agosto 2009 pubblicò un articolo sul sito Library of Economics and Liberty dal titolo Perché è probabile una bancarotta sul debito americano. La sua tesi è semplice: la sola alternativa alla bancarotta totale è l’opzione Zimbawe, ovvero l’iperinflazione. Hummel analizza i numeri e argomenta la propria tesi in modo impressionante. Non ci dice quale sarebbe il livello di tassi d’interesse in grado di scatenare la crisi, però è convinto che a un certo punto il Tesoro dovrà offrire tassi d’interesse molto più alti di quelli correnti, a meno che la Fed non intervenga prima. Afferma che lo Stato Sociale stia morendo in tutto il mondo. Ritengo abbia ragione anche se personalmente non sono convinto che la bancarotta totale si uno scenario probabile, non prima dell’arrivo di un’inflazione dei prezzi molto più alta di quella corrente. La strategia della Fed è la stessa del parlamento: “Ci penseremo quando succederà”.

La bancarotta selettiva

Hummel ammette anche la possibilità di una bancarotta selettiva. Io invece ritengo che sia lo scenario più probabile. Scrive Hummel: "Non possiamo escludere completamente la possibilità che il parlamento americano, al posto di dichiarare fallimento, si rifiuti di pagare gran parte dei benefici previdenziali promessi in passato. Se ad esempio abolisse completamente il programma di Medicare, le passività della Previdenza Sociale tornerebbero ad essere gestibili. Invero, una delle attuali argomentazioni a favore dell'adozione di un sistema di sanità pubblica è che esso potrebbe contribuire a ridurre notevolmente i costi di Medicare. Questa argomentazione si basa sull'aver studiato altri Stati Sociali tipo quello inglese dove il servizio pubblico di sanità venne razionato sin dall'inizio invece di essere sovvenzionato tramite Medicare. Il razionamento può davvero abbassare i costi della sanità, ma dopo più di quarant'anni di sanità sovvenzionata, quanto è probabile che la gente si rassegni ad un severo razionamento o che i politici tentino di imporlo? E non ci si inganni: il razionamento dovrà davvero essere molto severo per tener lontana una futura crisi fiscale."

Il razionamento dovrà essere molto severo. Pertanto quelle promesse fatte finora non verranno mantenute.

Inflazione dei prezzi

Possiamo andare incontro a due tipi di inflazione dei prezzi: massiccia (fino al cinquanta percento l'anno) ed iper (dove il limite è il cielo). Un'inflazione massiccia sembra lo scenario più probabile. Se le banche centrali mondiali riescono a coordinare l'espansione monetaria, e dunque a finanziare gli Stati Sociali nazionali, la gente finirà con il pagare la tassa dell'inflazione dei prezzi. La popolazione, infatti, non è in grado di sfuggire alla tassa inflattiva.

Le scappatoie sono limitate all'investimento in beni reali: materie prime, piccole aziende agricole, negozi di articoli usati, immobili in piccoli centri. Non molti lo capiranno in tempo. Tra quelli che avranno capito, pochi faranno qualcosa. Il contribuente medio americano non ha molte riserve finanziarie. Di quel venti percento che possiede un buon livello di riserve finanziarie, l'ottanta percento resterà bloccato in investimenti convenzionali. Crederà fino in fondo alla linea della casta keynesiana: "Se tieni duro, il governo risolverà tutto".

Inflazione dei prezzi significa erosione del potere di acquisto del denaro. Significa fallimento nascosto delle promesse politiche. Perché nascosto? Perché i politici ancora una volta incolperanno il mercato e gli speculatori. Non ammetteranno che ad aver finanziato le proprie promesse sia stata la Federal Reserve.

Conclusioni

Il denaro che usiamo oggi è debito monetizzato. Con le proprie attività, le banche centrali e le banche commerciali monetizzano debito e lo fanno in misura esponenzialmente crescente. Al momento, per impedire una nuova Grande Depressione alla quale eravamo giunti vicinissimi nel 2008, esse sono costrette ad agire creando le condizioni per un'inflazione di massa. Se continuassero su questo sentiero che porta all'iperinflazione finirebbero con l'uccidere il denaro. Quando il denaro muore, muore la gente, soprattutto nei centri urbani. Non c'è via d'uscita indolore da questo dilemma. I banchieri centrali vogliono ritardare il giorno della resa dei conti. Lo stesso vogliono i politici ed i manager dei fondi d'investimento. I governi dei paesi più industrializzati stanno creando enormi deficit di bilancio. Le banche centrali continuano con politiche monetarie estremamente accomodanti, caratterizzate da bassissimi tassi d'interesse. L'entità della cattiva allocazione di risorse che continua a realizzarsi nella struttura produttiva sta diventando sempre più difficile da nascondere. Se il denaro muore i poteri di oggi cesseranno di essere poteri. Hanno basato la propria gestione politica e la propria ricchezza sul controllo del denaro digitale. Questa è la corda a cui è appeso l'uncino del potere politico. Distruggere il denaro significa tagliare questa corda. Se siete un banchiere centrale, allo scenario dell'iperinflazione preferirete di gran lunga quello di una nuova Grande Depressione. Se il denaro muore, moriranno tante altre cose oltre al denaro. Tra queste la pensione di Ben Bernanke, il banchiere centrale americano. E lui, questo, lo sa molto bene.

In definitiva, l'alternativa si trova tra gli estremi di una nuova Grande Depressione oppure di un nuovo Zimbawe. Ludwig von Mises chiamò questi due scenari estremi il Crack Up Boom. Esso si accompagna alla distruzione del denaro e al collasso della divisione e specializzazione del lavoro. Comporterebbe una devastazione sociale ed economica senza precedenti. Personalmente ritengo che le banche centrali, ad un certo punto, si rifiuteranno di continuare a finanziari i governi. Continueranno invece a salvare le maggiori banche del paese. I politici di alcuni paesi stranieri possono anche costringere le proprie banche centrali ad iperinflazionare la massa monetaria in forza del mandato governativo ma fintantoché la Federal Reserve mantiene la propria indipendenza, non adotterà la politica dell'iperinflazione: non sarebbe nell'interesse delle maggiori banche. Non sarebbe neanche nell'interesse dei banchieri centrali: le loro pensioni ne soffrirebbero. 

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